editoria
distribuzione libraria
olmis
Denis Traunero
Âghes furlanes _ calendario 2027
Olmis, 2026, pag. 28, 32x45, spirale metallica superiore
Euro 12,00
Stefano Gasti
A testa alta
Giuseppe Missio cattolico popolare, spirito libero tra le contraddizioni del primo Novecento in Friuli
Olmis, 2026, pag. 216, 16,5x23,5
Euro 18,00
Ci sono alcune frasi sepolte in uno dei romanzi meno letti di Umberto Eco, “Numero zero”, che paiono fatte su misura per Giuseppe Missio: “I perdenti, come gli autodidatti, hanno sempre conoscenze più vaste dei vincenti: se vuoi vincere devi sapere una cosa sola e non perdere tempo a saperle tutte. Il piacere dell’erudizione è riservato ai perdenti. Più cose uno sa, più le cose non gli sono andate per il verso giusto”.
Il protagonista della biografia accattivante e sorprendente che state per leggere è in tutto e per tutto un “perdente di successo”, un genio mancato che – come nella descrizione di Eco – accumula una montagna di conoscenze ma alla fine non riesce a giovarsene secondo le logiche del profitto e della fama, le uniche a garantire il successo in una società competitiva. E allora? Perché occuparsene? Con un accurato lavoro di ricostruzione storica e una prosa avvolgente che non guasta, ci viene mostrato chiaramente che la vicenda di Missio è tanto amara quanto necessaria da comprendere. Mostra il paradosso di un’epoca apparentemente lontana, quella della Belle Epoque e della Grande Guerra, fino all’avventura fascista, dove la coerenza era tutt’altro che premiante. Mettersi in gioco significava rischiare, e perdere fa parte del rischio. Nonostante la sua poliedrica intelligenza e il suo percorso, che lo aveva portato a sperimentare in mezzo mondo, il bilancio finale della sua vita lascia il senso di una grande incompiuta. Tuttavia, anche i “Prigioni” di Michelangelo stupiscono per il loro “non finito”, come pure la “Turandot” di Puccini e il “Requiem” di Mozart non smettono di essere capolavori perché inconclusi.
L’imperfezione di una vita così non può che affascinare: di fronte al caos di un mondo in divenire come quello del primo Novecento, la mentalità poliedrica ed eclettica di Missio pare in totale contrasto con la semplificazione delle ideologie organizzate. Il suo spirito curioso ed acuto sorprende: ambiva a una armonia universale e non ha saputo mettere ordine nemmeno nella propria vita. Un fallimento?, verrebbe da chiedersi. Sarebbe una prospettiva sbagliata, perché il fine ultimo di un uomo di tal fatta, che eccelleva in matematica e storia sin dagli inizi in seminario e manifestava un’inesausta voglia di migliorarsi in ogni campo, non era solcare le strade battute dagli altri, ma tracciarne di nuove. Una spia di questa attitudine è la sua irrequietezza, che lo spinge a traiettorie non comuni per l’epoca. Ad esempio, la sua esperienza africana lo porta a partire come ufficiale italiano a servizio di uno dei più feroci eserciti coloniali, quello di re Leopoldo del Belgio: un’armata di avventurieri disposti a tutto, in cui Missio stona alquanto, per carattere e predisposizione. Ad interessarlo non sono tanto le prospettive di bottino o di carriera, quanto piuttosto l’osservazione di genti, lingue, ambienti e specie diverse. La geografia, i cibi, le usanze e le tradizioni: i suoi resoconti mostrano un altro volto del colonialismo, che – come dimostrano le spedizioni di un altro friulano d’eccezione, Pietro Savorgnan di Brazzà – riconosce nell’altro una originalità e una dignità. Non denuncia, è vero, le nefandezze dei belgi in Congo, ma davvero si sarebbe potuto pretendere da un giovane ragazzo di Remanzacco uno j’accuse in tal senso?
Al Missio esploratore succede il Missio imprenditore, poi l’impiegato, il politico, l’attivista: e ognuna di queste figure ci viene presentata con rapide pennellate che tratteggiano l’anatomia della sua irrequietezza. Il ritorno in Africa, stavolta in Libia, appare l’esito più logico di una vita così ricca di tentativi abbozzati, da spingere continuamente a compierne altri. La vera “terra promessa” appare l’America, dove arriva nel 1914: destinazione San Francisco, la stessa città dove in quegli anni arriva un’altra friulana inquieta in cerca di fortuna a seguito del padre, la giovanissima Tina Modotti. Tuttavia, sono anni difficili e la guerra incombe: lui la vivrà in prima linea e non senza grandi contraddizioni. Poteva evitarla e invece, “sebbene contrario all’infame guerra”, il senso del dovere prevale. La Patria chiama, e lui risponde. Ma fin da subito è chiaro il massacro a cui si andrà incontro, e le lettere meticolosamente raccolte nella biografia ripercorrono la progressiva acquisizione di una consapevolezza che Missio assume in modo sempre più chiaro; il male assoluto non è il nemico, è la guerra. E la devozione vera va attribuita non alla Patria, ma alla Vita. E alla Pace.
Ma eccoci di nuovo a un bivio. Nel grande disordine di quell’epoca, scatenato da una guerra tutt’altro che chirurgica, come può un uomo da solo pensare di frapporsi alla tagliola dei rapporti gerarchici, della disciplina militare, della forza delle armi? Eppure, Missio lo fa. Come sempre, a suo modo. E pagando di persona. Venuto a diverbio con un ufficiale, finisce davanti al Tribunale militare, come migliaia di altri soldati coscienti dell’assurdità della guerra: questo gli costerà, dopo la guerra, anche la iniziale sospensione da sindaco, carica di cui era stato investito dalla sua comunità.
Rientrato dalla prigionia solo nel settembre del 1919, aveva visto un nuovo inizio nell’impegno tra le file del neonato Partito Popolare. Vince le elezioni risultando il più votato ma entra nel mirino dei fascisti. E non si mostra nemmeno troppo incline ai compromessi: di fronte alle mancate provvidenze per poter dare risposte alla dilagante disoccupazione del dopoguerra, dopo 15 mesi lascerà la poltrona. Maledetta coerenza! O benedetta?
Con questa biografia, Stefano Gasti ci propone un vero gioco di ruolo. Mettendoci nei panni di chi viveva nelle disastrate comunità friulane di allora, e trovandoci ad affrontare situazioni limite come quelle, ci ripropone gli aut-aut che vissero i contemporanei di Missio. Noi al posto loro, cos’avremmo fatto? Siamo sicuri che le nostre scelte ci avrebbero condotto a essere dei “vincenti”? Come avremmo reagito alle violenze delle squadracce fasciste verso i nostri cari? Alla fine, l’ultima fase di Missio lo vede ripiegare sulla scrittura filosofica, con uno slancio etico e profetico del tutto inedito. Accerchiato da nemici e detrattori e tormentato dai dubbi, sceglie di ripartire. L’ultima tappa del suo viaggio è Bruxelles. Il Belgio, per cui aveva servito, sarà anche quello dove troverà una morte misteriosa. Prematura ed enigmatica, la sua fine è lo specchio di una vita che ci interroga tutti, aprendo uno spiraglio sugli infiniti possibili che si spalancano davanti e dietro di noi.
prefazione di Walter Tomada
Chantal Mazzacco
Un soffio di poesia
poesie e racconti
Olmis, 2026, pag. 88, 15x21
Euro 12,00
Queste poesie fruiscono di una forza rara: la capacità di osservare il dolore senza mai staccare gli occhi dalla speranza. C'è un ritmo particolare nei versi, una verticalità che sembra quasi mimare il respiro, a volte affannato e a volte sollevato, di chi vive l'attesa.
Esiste un punto preciso, tra il bianco delle lenzuola e il grigio dei corridoi, in cui la realtà smette di essere una prigionia e diventa una visione.
In questa raccolta, la poesia si posa come quel piccione sul "bordo del cielo": una creatura che non conosce confini e che, consumando il vento di agosto, ci ricorda che anche dal chiuso di una stanza d’ospedale l’anima può rivendicare il proprio spazio infinito.
Il fulcro simbolico di queste pagine risiede nell’incontro tra il corpo e la memoria. Lo leggiamo sulla pelle di Angelo, i cui tatuaggi non sono solo inchiostro, ma mappe di un tempo felice fatto di moto e amicizie, "rombi di motori" che continuano a riecheggiare nel silenzio del reparto. Quei segni sono la prova che la nostra storia rimane intatta: un’armatura di ricordi che protegge la "forza nel cuore" mentre si attende il compiersi dei cicli naturali. Angelo, che intreccia braccialetti colorati come fossero legami indissolubili, diventa così l’emblema di una resistenza creativa che trasforma l’attesa in dono.
Questo movimento - dal chiuso verso l’aperto, dal dolore verso l’arte - attraversa ogni verso. Lo ritroviamo nella vecchia quercia, che con la sua chioma mossa dal vento si fa "carezza" e promessa di pace in un mondo distratto dalle guerre e dai display. La riflessione malinconica sui "bambini felici" smarriti nella tecnologia nasce proprio da qui: dal desiderio urgente di riportare l’essere umano al contatto primordiale con la terra, con i fiori e con quell’abbraccio sincero che nessuna intelligenza artificiale potrà mai sostituire.
Tra la sapienza dei gesti tecnici di un fisioterapista e il ritmo lento delle ore trascorse sulla "sponda della vita", l’autrice costruisce un’opera che è, essa stessa, un tatuaggio dell’anima: un segno indelebile di speranza inciso sul tempo.
Queste poesie ci insegnano che, finché sapremo guardare un uccello in volo oltre le grate o onorare la bellezza vissuta, saremo già, segretamente, sulla via della guarigione. Qui la poesia non è un rifugio, ma un incontro. È l’incontro coraggioso tra la fragilità della condizione umana e la forza silenziosa della natura, tra il tempo sospeso di una corsia d'ospedale e l'ampio respiro dei cieli friulani.
Chantal ci apre le porte di un mondo fatto di contrasti necessari. Da un lato, c’è la "liturgia" della cura: il battito malato dell’ospedale alle otto del mattino, il braccio appeso a un filo di liquido lento, la pancia che diventa un campo di battaglia e di rinascita, la malattia non è solo un evento clinico, ma una lente d'ingrandimento sull’umanità: quella di Angelo e la sua arte del dono, o quella dei medici e dei volontari che diventano bussole nel buio della paura.
Dall'altro lato, c’è il mondo fuori, osservato con occhi che sanno scorgere il miracolo dietro l'ordinario. I temi si intrecciano nella similitudine del battito umano:
• Il Tempo: Non una freccia che corre verso una fine, ma una collana di perle colorate fatta di "attimi felici e sussulti di paura". Un tempo che si misura in compleanni grati e in passi che disegnano strade ostinate.
• La Memoria e le Radici: Il ricordo è un’ancora sicura. È l’ombra delle querce, il profumo delle carni arrostite sul Tagliamento, il silenzio di un vicino che non c'è più ma il cui sorriso resta impresso come un’impronta indelebile.
• La Critica al Presente: L’autrice non risparmia una riflessione lucida e amara sulla contemporaneità, denunciando il vuoto dei "like" che sostituiscono gli abbracci e l'urlo inutile, ma vitale, contro la follia delle guerre che feriscono la terra e l'anima.
Lo stile di queste poesie è asciutto, essenziale, quasi nudo. Le parole cadono sulla pagina come i passi stanchi di chi ha camminato a lungo, ma che non ha mai smesso di cercare "l'isola in mezzo ai sensi". Ogni componimento è un invito a guardare oltre la superficie - oltre i camici bianchi, oltre i tatuaggi
dei tempi buoni, oltre le maschere del progresso - per ritrovare l'essenza di ciò che siamo: esseri fragili, eppure capaci di una forza che "nessuna pietà può accogliere" perché nasce da dentro.
Ed ecco che questa raccolta è un dono di resilienza. È la voce di chi, nonostante i temporali e le notti insonni, sa ancora alzare gli occhi grati al cielo, aspettando che il vento porti via l'ultimo colpo di tosse e lasci spazio, finalmente, alla pace.
prefazione di Nunzio Buono
Pieri Stefanutti
Novocerkassk e dintorni
L'occupazione tedesca nella Valle del Lago (ottobre 1944 - aprile 1945)
Olmis, 2026, pag. 288, 16,5x24
Euro 14,00
Pochi eventi della Seconda guerra mondiale in Friuli hanno destato curiosità ed attenzione come l'occupazione cosacco-caucasica avvenuta dalla tarda estate del 1944 ai primi giorni del maggi 1945. Lo testimonia l'ampio e articolato ventaglio di lavori storiografici, letterari e memorialistici che sono stati pubblicati su questo tema già dai primi mesi successivi alla fine del conflitto.
Nei territori inquadrati dopo l'8 settembre 1943 nell'Operationszone Adriatisches Küstenland (la Zona di occupazione del litorale adriatico), questi reparti cosacco-caucasici collaborazionisti della Germania nazista instaurarono un duro regime di occupazione che vide il radicamento di strutture militari e civili. Esso comportò lo sfollamento di diversi paesi e, più spesso, la coabitazione forzata nelle stesse abitazioni di occupanti e occupati. I militari e i civili che li seguivano, un unicum nel quadro dell'occupazione tedesca in Italia, gravarono pesantemente sulla popolazione locale minando le risorse primarie di sostentamento con continui furti e requisizioni. Inoltre, i reparti armati furono responsabili di un alto tasso di violenza, di stragi, stupri, incendi di interi paesi e devastazioni; a partire dalle operazioni di rastrellamento condotte nell'autunno del 1944, attuarono una feroce repressione del movimento partigiano sino agli ultimi giorni del conflitto, lasciandosi alle spalle una scia di morte e distruzione. Quando nel 1945 i cosacco-caucasici lasciarono ili Friuli, emersero gravissimi problemi per i danni recati non solo alle persone, ma anche per la situazione sanitaria, lo stato del patrimonio animale e del territorio. Una situazione dalla quale il Friuli faticò a risollevarsi. L'occupazione cosacco-caucasica frustrò anche gli slanci libertari e democratici emersi nella popolazione e nella Resistenza friulana dell'estate del 1944. L'arrivo degli occupanti influì anche nel rapporto fra residenti e partigiani; la popolazione fu pesantemente colpita e aleggiò un sentimento di stanchezza per le privazioni che il conflitto comportava mentre emersero sentimenti attendisti e di rivalsa.
Riaprire e approfondire ulteriormente questa pagina di storia interrogando le fonti d'archivio e le memorie dei testimoni diretti è di sicuro utile per ragionare su alcuni aspetti cruciali del secondo conflitto mondiale in Friuli.
dall'introduzione di Fabio Verardo
L’attimo prima dell’alba è un romanzo intenso e avvolgente che attraversa il tempo e la memoria, esplorando le fragilità dell’animo umano e la forza che può scaturire dalle sue ferite.
In un remoto angolo del Tirolo, tra la nebbia del passato e la luce incerta del presente, i destini di personaggi segnati da esperienze profonde si intrecciano in un’indagine che va oltre la superficie degli eventi.Tra silenzi carichi di significato, incontri inattesi e scelte che pesano come macigni, ogni pagina si riempie di tensione e poesia, regalando al lettore un viaggio dentro l’intimità della sofferenza e la possibilità della rinascita.
Una storia dove il tempo non cancella, ma insegna. Dove non si fugge dal dolore, ma lo si attraversa per ritrovare se stessi, quando il buio sfuma e la luce è ancora lontana: l’attimo prima dell’alba
Un noir psicologico, intimo e avvolgente, per chi sa individuare il fragile confine tra ombra e luce.
“Per chi ha attraversato l’oscurità e ha trovato dentro di sé il coraggio di tornare, per chi sa che guarire non è dimenticare, ma imparare a portare il peso senza lasciarsi schiacciare. Per tutte le mani che senza clamore ci aiutano a ricostruirci.”
Moreno Dapit
L'attimo prima dell'alba
romanzo
Olmis, 2025, pag. 224, 13x20
Euro 13,00
I diversi lustri trascorsi a rileggere e riflettere sulle biografie di San Francesco, [due del Celano e quella di Bonaventura da Bagnoregio, rubricata “Leggenda Maggiore”, la “Leggenda dei tre compagni”, e la “La leggenda perugina”] e sugli scritti suoi, mi auguro siano in grado di giustificare e rendere comprensibile il fatto che dopo sì lunga dimestichezza sia sorta in me quella che vorrei definire un’amicizia affettuosa verso l’opera di Francesco d’Assisi; o forse è stata proprio questa corrispondenza d’amorosi sensi ad indurmi a trascorre quei lustri nelle biografie e ancor più nei testi del Santo, e a convincermi che il suo Cantico vada ritenuto uno dei capitoli maestosi del pensiero medievale.
L’effetto di quanto affermato sopra si manifesta nell’aver infarcito quella, che spero sia riconosciuta come una trattazione rigorosamente epistemica e razionale, con qualche slancio d’ammirazione. Il lettore, se ci sia, saprà capire.A.C.
Antonio Capitanio
San Francesco - IL CANTICO
Olmis, 2025, pag. 64, 15x26
Euro 14,00
Gino Lorenzini
La valle fantasma del Canal di Cuna
Gino Lorenzini, 2025, pag. 164, 21x21
Euro 15,00
Ci sono luoghi che il tempo sembra aver condannato al
silenzio, ma che conservano ancora un’anima, nascosta tra le pietre e i sentieri ormai coperti
dalla vegetazione. Questa vallata, abbandonata da settant’anni, è uno di quei luoghi. Io ho vissuto i primi anni delle mia vita nella valle, e
poiché sono stato tra gli ultimi ad averla abbandonata da bambino, mi è rimasto dentro un legame che mi
ha portato a impegnarmi, a contribuire, a fare in modo che resti vivo il ricordo della
vallata dove, tra i ruderi delle antiche abitazioni e i sentieri ormai nascosti, la chiesetta di San
Vincenzo Ferrer resiste al passare del tempo. Ristrutturata con amore dai volontari trenta anni fa,
essa è oggi l’ultimo baluardo di un passato che ancora vuole farsi sentire. Non è solo un
edificio restaurato, ma un simbolo di appartenenza, un segno che la memoria di questa vallata vive
ancora nei cuori di chi non ha voluto lasciarla cadere nell’oblio.
Questo libro, insieme ai precedenti “Canal di Cuna Stralci
di storia e ricordi” pubblicato nel 2001 e “In Canal di Cuna con Pietro Menegon” pubblicato
nel 2008, nascono dal desiderio di raccontare la storia della ristrutturazione
della Chiesetta, di questa terra e delle persone che l’hanno abitata, di riportare alla luce le loro
vite, i sacrifici e le speranze che un tempo riempivano questa valle. Attraverso racconti,
documenti e fotografie, il lettore sarà accompagnato in un viaggio tra passato e presente, alla
scoperta di un mondo che non è mai stato davvero dimenticato. Perché, finché un luogo vive
nella memoria di qualcuno, non sarà mai davvero abbandonato.
Gino Lorenzini
Nicolò Gubian
COME LE CICOGNE A SUEZ
Taccuini di un alpino dalla Campagna d'Eritrea 1887-1888
a cura di Paola Fabris
Olmis, 2024, pag. 112,15x21
Euro 15,00
Si potrebbe pensare che la grande storia sia quella molto orientata a raccontare eventi macroscopici e decisivi per i destini dell'umanità.
Dimentichiamo però che molto spesso la grande storia è formata da piccole storie, individuali, quasi private.
Ecco quindi che il diario di Gubian, purtroppo incompleto, offre una serie di informazioni assolutamente assenti nel panorama storiografico sulla campagna coloniale del giovane Regno d'Italia nel 1887-88.
Si tratta di una testimonianza redatta giorno dopo giorno, senza correzioni successive: in presa diretta
Testo con interventi di Nico Cappelletti e Livio Ciancarella
Paolo Tomasella
NELLE CITTÀ DELLA VENEZIA GIULIA
Piani, progetti, fatti urbani (1924-1954)
Olmis, 2023, pag. 312, 22x24
Euro 25,00
Il convegno dal titolo Nelle città della Venezia Giulia: piani, progetti, fatti urbani (1924-1954), svoltosi a Trieste il 22 febbraio 2022 presso il Magazzino 26 del Porto Vecchio, ha inteso ripercorrere i molteplici aspetti legati al processo di costruzione del confine nord-orientale, la cui mutevolezza ha caratterizzato tutto il corso del Novecento: lo studio è stato condotto attraverso l'analisi delle trasformazioni urbanistiche e architettoniche che furono adottate nell'intera Venezia Giulia, in un arco temporale compreso fra il periodo interbellico e l'immediato secondo dopoguerra. Le scelte legate alle metamorfosi urbane delle città dell'Istria e della Dalmazia assegnarono alle azioni di modificazione dello spazio il ruolo sistemico atto a consolidare o trasformare, stabilizzare o radicare il senso di appartenenza nazionale di questi territori: ciò avvenne anche per mezzo dell'insediamento di nuovi manufatti architettonici all'interno di ambiti edificati di per sé compositi.
Adottando tale chiave di lettura, l'insieme eterogeneo degli interventi realizzati, spesso collocati in posizione periferica rispetto ai centri maggiori, dagli anni del cosiddetto "Fascismo di confine" fino alla difficile fase di ridefinizione della frontiera nel periodo 1945-1954 con la nascita della nuova Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, si accrebbero della valenza simbolica e di fondamenti sui quali, consapevolmente, si basarono processi e strategie sia di riappropriazione etnica del territorio e rafforzamento delle identità nazionali sia di negazione delle individualità considerate estranee.
È proprio sulla base di queste osservazioni che le indagini sull'evoluzione dei fatti urbani compiuti in questo spazio fisico si sono rivolte verso lo studio e l'analisi degli interventi di modificazione architettonica che interessarono le principali città della Venezia Giulia e della Dalmazia (Trieste, Pola, Fiume, Susak e Zara fra queste), ma anche alle azioni meno eclatanti di trasformazione diffusa del territorio legate, ad esempio, alla realizzazione di luoghi della memoria e della fede. Gli interventi a scala urbana si espressero spesso come la traduzione architettonica delle idee-manifesto della modernità o rappresentarono occasioni per affermare identità talvolta contrapposte.
Renzo Peressini
Storia di Marcolina
Circolo culturale Menocchio, 2024, pag. 192, 14x22
Euro 14,00
Della protagonista di questo romanzo ho già scritto nel 2007, nel libro intitolato Marcolina e le altre: era una di quelle donne spilimberghesi che, nel corso del XVII secolo, si sono trovate nella necessità di difendersi dall'inquietante accusa di stregoneria. Il libro era il risultato di una ricerca storica svolta consultando i verbali dei processi del Sant'Ufficio per l'Inquisizione conservati presso la Curia Arcivescovile di Udine.
Ma la storia di Marcolina non si riduce a quel breve, problematico, intenso periodo della sua esistenza. Sfruttando documenti storici reperibili in diverse sedi, si possono ricostruire anche altri aspetti della sua vita, a partire dalla sua nascita. Tanto che, a un certo punto, mi sono chiesto: perché non tentare di esporre in forma narrativa l'intera storia? Ho ceduto alla tentazione. All'interno di un indiscutibile inquadramento storico, ho provato a ricostruire le vicende salienti della travagliata vita della protagonista. Mi sono affidato all'immaginazione per raccontare i fatti particolari o per descrivere quelle situazioni delicate di cui non si troverebbe traccia in nessun documento storico.
Renzo Peressini
Il libro, 144 pagine e 164 fotografie a colori, è una sintesi delle cose principali da sapere per iniziare a capire un mondo che si rivelerà via via sempre più vasto e profondo. Da un piccolo rigagnolo iniziale si finisce in un vero e proprio oceano. Il mondo dei kris non smette mai di meravigliare e stupire per cui lo studio e la conoscenza sono senza fine. I vari capitoli guidano il lettore attraverso un percorso che inizia con alcuni cenni storici per passare poi alle varie componenti, alla forgiatura ed a tutti gli altri argomenti sottolineando la componente mistica che caratterizza il kris, sia come arma che come oggetto simbolico e rituale. Il kris richiede doti particolari per la sua costruzione e simboleggia l'anima del possessore.
Il testo è scorrevole ed adatto anche a lettori che non abbiano conoscenza alcuna di questo oggetto affascinante e talvolta misterioso. Certo non si può rimanere indifferenti davanti ai disegni del Pamor o alle rappresentazioni delle impugnature, vere e proprie opere d'arte grazie alla maestria degli intagliatori. Il libro vuol essere quindi l'innesco per stimolare una conoscenza che non deluderà chi si avvicina con rispetto e in punta di piedi ad un mondo speciale e bellissimo.
(testi inglese / italiano)
Sandro Forgiarini
THE AMAZING KERIS
LO STRABILIANTE KERIS
Olmis, 2023, pag. 152, 21x29,7
Euro 45,00
Roberto Sandron
Portogruaro _ una guida sentimentale
Olmis, 2022, pag. 164, 16x23
Euro 14,00
Dove si trova la bellezza?
Nelle grandi cose che,
come tutte le altre,
sono destinate a morire,
oppure nelle piccole cose che,
senza nessuna pretesa,
sanno incastonare nell'attimo
una gemma d'infinito?
Muriel Barbery
Tra Livenza e Tagliamento la Venezia Orientale, dove distese sconfinate di mais si alternano a ordinati filari di vite che producono vini tipici di grande qualità, ha saputo conservare siti di elevato interesse naturalistico accanto a pregevoli testimonianze artistiche.
Capoluogo di questo vasto distretto a vocazione prevalentemente agricola, commerciale e turistica, è Portogruaro.
Città di origine medievale, ma con radici ben più antiche, adagiata lungo il fiume Lemene, circa a metà strada tra Venezia e Trieste, distante poco più di 20 chilometri da Pordenone e 50 da Udine, è un nodo strategico della comunicazione, sia stradale sia ferroviaria.
È una città che sorprende il visitatore e lo conquista. È l'esperienza che il redattore di una rivista di fine Ottocento ha così efficacemente sintetizzato: "Portogruaro è una delle città dove non dispiace trattenersi alquanto per quel suo carattere particolare che presenta e che ne rende gradito il soggiorno. Meritatamente difatti i suoi abitanti hanno fama di cortesi e cordiali, a segno che non si può mai lodarne abbastanza l'ospitalità e quell'indole schietta e ad un tempo vivace che ritrae così bene della natura veneziana."
Mario Bettoli
Storia della brigata partigiana
Ippolito Nievo A
(a cura di Gian Luigi Bettoli e Monica Emmanuelli)
Olmis, 2022, pag. 164, 16,5x23,5
Euro 15,00
Io non credo alla verità delle dichiarazioni. Questo vale per tutti, compreso il sottoscritto. Perché le dichiarazioni valgono su un piano umano, ma se non c’è la prova certa tutte le dichiarazioni sono opinioni non verità storica.
Con queste parole Mario Bettoli si rivolge al gruppo di giovani giunti da Venezia per intervistarlo. Parole che spesso gli si sentiva ripetere da strenuo sostenitore della Storia. Era infatti ben consapevole di quanto fragile potesse essere la memoria tramandata e soprattutto quanto facile preda di strumentalizzazioni o mistificazioni. Per questo, da vigile e attento custode della verità, si ostinava a pretendere sempre la verifica dei fatti e delle dichiarazioni.
Rispettando la sua volontà, gli autori di questo prezioso lavoro si addentrano tra le pagine dattiloscritte nel 1946 da Mario Bettoli giovane ventenne, riscontrano fatti e avvenimenti descritti facendo emergere l’importanza di un documento rimasto finora sconosciuto ai più.Come già riportato nell’introduzione, Mario Bettoli non intendeva dare importanza alla sua storia riconducendola a sperimentazioni giovanili. E con questo stesso tono replicava a chi gli chiedeva come fosse diventato partigiano: solitamente la risposta immediata era “per sbaglio”, anche se l’espressione dialettale da lui utilizzata rendeva meglio il concetto. In realtà ciò non fa altro che confermare il tratto caratteristico di un uomo che ha sempre schivato il facile encomio personale, a favore di uno sguardo collettivo.
Il Mario Bettoli ventenne dimostra la lungimiranza e il senso di appartenenza alla comunità di chi è ben consapevole del motivo per cui è entrato a far parte della Resistenza: la volontà di costruire una società nuova che andasse a rompere quegli schemi individualistici tipici della società atomistica fascista. Quella consapevolezza, maturata già prima del suo ingresso tra i Partigiani, non lo ha mai abbandonato, guidando tutto il successivo attivismo politico: l’anticorpo all’individualismo va ricercato nel gruppo perché solo una comunità inclusiva può generare una società di persone. Ecco quindi che l’urgenza del giovane Mario Bettoli diventa quella di descrivere un contesto fatto di Nomi e Cognomi, di persone vere, di tante persone che, con grande altruismo e accomunate dalla voglia di cambiamento, hanno cercato, ognuna secondo le proprie attitudini, di fare la differenza.
Anche nel ricoprire la carica di presidente dell’Associazione Casa del Popolo ha sempre prevalso questo sguardo collettivo. Alla fine degli anni Ottanta, quando comincia il suo primo mandato, l’edificio eretto dagli operai del cotonificio veneziano all’inizio del ‘900 ha attraversato due guerre, vent’anni di dittatura fascista, un terremoto e ha assistito a tanti cambiamenti sociali e politici. Quanto basta per rendere estremamente fragile una struttura che risente comunque già del peso degli anni.
Ben consapevole dell’importanza storica della Casa del Popolo, che va ben oltre i confini del quartiere di Torre, grazie alla dedizione e all’impegno, Mario è il principale artefice della profonda ristrutturazione e rinnovamento dello storico fabbricato così come lo vediamo oggi.
Come il documento dattiloscritto del 1946, anche la ristrutturazione della Casa del Popolo ci restituisce, in un certo senso, tanti Nomi e Cognomi. Certo non visibili come quelli impressi su un foglio, ma comunque ben conservati nella memoria di quel luogo. Sono i tanti Nomi e Cognomi di quella grande comunità, fatta di donne e di uomini, che ha lottato per costruire e lasciare una società migliore, certamente diversa da quella che hanno trovato.
Degli anni in cui Mario ha presieduto l’Associazione mi piace però ricordare in particolare il suo rapporto con i giovani. La Casa del Popolo ha visto avvicendarsi decine e decine di ragazzi obiettori di coscienza per lo svolgimento di quel periodo (allora obbligatorio) alternativo alla leva militare. Parliamo di un periodo che comprende tutti gli anni Novanta fino ai primi anni duemila.
Ebbene, anche dopo aver concluso il proprio obbligo, l’appuntamento con Mario alla Casa del Popolo restava comunque un momento immancabile. Sapevi bene che l’avresti trovato in biblioteca tutti i giorni, a leggere e a commentare i suoi quotidiani. E così appena ti si presentava la possibilità, ci andavi. E intanto la Casa del Popolo si vivacizzava, nascevano nuove associazioni, si formavano gruppi, movimenti. Ma c’era anche chi voleva passare semplicemente del tempo a parlare, chi aveva bisogno di una cantina per suonare la batteria, chi di una sala prove, altri di un posto dove studiare, altri ancora di una cucina per farsi da mangiare. Ancora una volta era nata una comunità di persone.
Sarà stato quel parlare semplice, pulito e onesto, sarà stata la capacità di ascoltare senza giudicare e quella di cogliere i cambiamenti culturali della società, sarà stata la modernità delle vedute. Saranno state tutte queste cose insieme. Fatto sta che quel mezzo secolo di età che separava Mario da quella di tutti quei ragazzi scompariva immediatamente.
E poi c’erano i suoi racconti e i suoi aneddoti che avevano per protagonisti Nino, Sergio, la Bruna, la Rita, Bepi, Silvano, Luciano, Maria, Gianna, Toni, Lino, Enzo… Tutte e tutti capaci di imprese uniche e mitiche. E tu stavi li impalato ad ascoltare, in attesa di capire come si sarebbe conclusa quella storia in cui il fabbro, l’operaia tessile, il contadino, il maestro elementare, il tipografo, la sindacalista, il muratore, la prostituta, il mugnaio… avrebbe ad un certo punto tirato fuori il proprio genio contribuendo a innescare un cambiamento piccolo, ma significativo per la società.
Andrea Fregonese
Presidente della Casa del Popolo di Torre
Antonio Capitanio
Racconti partigiani di Vittorino Trevisan (Sile)
Olmis, 2022, pag. 104, 14x22
Euro 12,00
Ebbi tra mano, ricevuto dalla vedova del fratello di Vittorino, il manoscritto del diario. Era stato compilato su due blocchi di carta intestata al Consorzio Agrario datata 1942, rosata e semitrasparente, tenuti uniti da robuste graffette compilati con una grafia che non saprei definire meglio che quasi infantile, molto chiara, larga.
Dei due blocchi originali uno non lo posseggo più: chiestomi in visione dall’amico Aldo Mori questi lo riprestò a sua volta ad uno dei partigiani nominati nel testo, che si astenne dal renderlo ad Aldo; oggi lo ritengo ormai di difficilissimo reperimento. Per fortuna, cautelativamente mi ero premurato di farne alcune copie dattiloscritte, una delle quali si trova presso il Centro Aldo Mori di Portogruaro; il testo è stato da me trascritto identico all’originale.
Il secondo blocco del manoscritto contiene per buona parte una riscrittura di Pielungo. La differenza dalla prima scrittura è unicamente di carattere formale. Evidentemente nel cominciare a compilare il secondo blocco Sile aveva l’intento di trascrivere il testo in forma più meditata e scorrevole. Ho creduto utile riproporlo per due ragioni: innanzitutto per offrire l’idea di come avrebbe potuto riuscire l’intera opera se avesse ricevuto l’ultima mano dall’autore; poi perché ho inteso editare l’intero testo di Sile, integralmente.
A.C.
Sandro Forgiarini
Riti e simboli del magico keris
Olmis, 2022, pag. 44, 17,5x25
Euro 15,00
Nel libro di Margareth Wiener “Visible and Invisible Realms” la definizione di kris è: “The kris is an enspirited weapon”. Il kris è un'arma con lo spirito. Per noi occidentali è un concetto difficile da capire ma per un indonesiano i confini tra materia e spirito, fra realtà ed immaginazione, fra vivente e non vivente non sono così ben definiti e distinguibili. Penso che non ci sia al mondo un oggetto intriso di spiritualità e simbologia più del kris. Chi lo ha visto e tenuto in mano si è accorto certamente della sua diversità rispetto ad altre lame. La sua forma inconfondibile ed asimmetrica non può essere scambiata con nessun'altra. Molti degli occidentali pensano che la forma tipica del kris sia quella cosiddetta ‘fiammeggiante’. In realtà non è così, i kris a lama diritta (lurus) sono più numerosi. Ogni pezzo del kris ha una sua precisa simbologia che si manifesta nella forma, dimensioni, disegno, lavorazioni della lama e prosegue poi anche nell'impugnatura e nel fodero. Chi ha il compito di costruire il kris è una persona speciale, dotata non solo di grande abilità tecnica ma anche di spiritualità senza la quale il kris sarebbe solo un bel pezzo di metallo lavorato. Le origini del kris sono molto lontane, non ben definite. Nasce come oggetto da offrire alla divinità alla fine di cerimonie religiose. Era costituito da un solo pezzo di metallo con impugnatura integrale con la lama di piccole dimensioni, circa 20 cm in totale, e si chiamava Sajen, cioè preghiera, offerta. Alla fine della cerimonia veniva sepolto. In seguito la forma della lama si è evoluta e nel 1200 circa si inizia ad intravedere una lama con base asimmetrica ed impugnatura antropomorfa che rappresenta lo spirito degli antenati. Successivamente compare una variazione con l'apposizione di una barra metallica trasversale alla base della lama con funzione di guardia ed attraversata dal codolo su cui veniva fissata l'impugnatura. Questa è ancora oggi la versione definitiva del kris, pur con innumerevoli variazioni.
giovanni pietro nimis / autobiografia di una ricostruzione
dino pezzetta / terrae motus / olmis
gianfrancesco gubiani / l'orto senza veleni / olmis
gianluigi bettoli / il volto nascosto dello sviluppo
