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Giacomo Leopardi passa come una lama di luce nella poesia italiana. Dopo il 1837, anno della morte del poeta, nulla è più come prima. La musicalità del verso, il fascino dei contenuti, la profondità del pensiero sono elementi che, benchè determinanti, spiegano solo in parte le suggestioni potenti, si direbbe inesorabili, che il recanatese ha suscitato nei poeti venuti dopo di lui. Leopardi ha qualcosa in più, ha sempre qualcosa in più. Infinito Leopardi, dunque. E non solo nella cifra poetica, nei pensieri liberati dall'intelligenza, nella passione ragionata, nella malinconia, nell'incanto dei paesaggi, nel rimpianto della giovinezza e nella desolazione del cuore. Ma infinito anche nella luce dei versi ineguagliati, nel nitore che sale componimenti delle Operette morali, nel diario dello Zibaldone. Infinito Leopardi nel lascito, nella grande distribuzione di beni. Poeti, scrittori, filosofi di ieri e di oggi, poeti giovani e registi come Mario Martone (Il giovane favoloso, 2014) di questi beni si giovano, si permeano. Nella poesia che va da Marin a Giotti, da Montale a Zanzotto, da Luzi ad Antonia Pozzi, da Lalla Romano a Pierluigi Cappello fino ad Alessandro Fo e Alessandro D'Avenia scorre Leopardi. Ma poi Kavafis, Saba, Ungaretti, Rebora e tutti gli altri "pescati" e visitati in questo libro da Anna De Simone. Più altri e altri ancora. Come ha detto Emilio Cecchi: "Leopardi è come se, prima di tutto, appartenga a ciascuno di noi".
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